Laura Gay

04 Giugno 2020

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IL TEMPO DI TORNARE AD EDUCARE

IL TEMPO DI TORNARE AD EDUCARE

Il tempo di tornare ad educare.

Siamo una Umanità seduta su una bomba? Stiamo forse attraversando una sorta di psicosi di massa? Abbiamo ancora di cui stupirci di fronte a questo declino dello stato di coscienza?

Non c’è più allarme che tenga.

Non c’è manifestazione che abbia senso.

In verità, non c’è nulla che regga di fronte alla perdita della capacità di riconoscere l’altro.

Senza questo siamo spacciati. E allora nulla regge.

Siamo costantemente addestrati ad attaccare o a nasconderci e le mascherine sono solo la punta dell’iceberg.

In realtà siamo invitati a nascondere mistificatori la nostra stessa natura che, volenti o nolenti, è una natura Relazionale e Sociale.

Se posso nascondermi dietro l’immagine di un social è un conto. D’altronde il “virtuale” investe sulle distanze per antonomasia.
Ma se dal vivo, per norma, per essere un bravo cittadino, devo nascondermi dietro una maschera e mantenere una distanza dalle altre persone, perché esse rappresentano potenzialmente un pericolo, è un’altra faccenda.
Non si può non tenerne conto.

Introdurre e mantenere una norma del genere in una condizione di allarme confusamente giustificato, non può che creare disinformazione, dissociazione, censura e un forte stato di alienazione. La mascherina in talune situazioni è d’obbligo con sanzioni e in altre le deroghe sono innumerevoli. Le persone, confuse, tendono a fare ciò che più le gratifica ed è naturale, perciò tornano a incontrarsi come prima.

Le contraddizioni legate a questa situazione relativa alla diffusione e caratteristiche del Covid, non solo sono davvero eccessive, ma vengono anche frequentemente cavalcate per portare l’acqua ad un proprio mulino di opinioni. Oggi siamo tutti opinionisti.

Il fatto è che l’opinione e lo schieramento assoluto è affare dell’Ego e l’Ego non è capace, per sua stessa natura, di riconoscere l’altro. Senza il senso di alterità siamo destinati all’esclusione, all’isolamento, alla desertificazione Relazionale, alla tremenda agonia della sofferenza del voler avere ragione ad ogni costo.

Un essere umano sano non può che cercare legami attraverso le proprie parole e attraverso tutto ciò attraverso cui può esprimersi: sappiamo bene che la comunicazione non può essere solo verbale.

Il desiderio di incontro con l’altro necessita per sua natura di contatto, di odori, di prossemiche e di condivisioni che devono tener conto delle espressioni del volto e di tutto ciò che gli individui comunicano nel loro modo di essere.

Questo genera senso di appartenenza e desiderio di partecipazione. Senza, siamo tutti isole disconnesse da noi stessi, dagli altri e dall’ambiente circostante. Essere persona significa dare suono e espressione.

Nei teatri greci si portava una maschera chiamata PERSONA (per-sona) che ampliava le espressioni del viso e aumentava il suono affinché tutti potessero vedere e sentire anche da lontano. Affinché tutti potessero essere raggiunti. Era un modo per amplificare.

Ecco perché abbracciamo gli altri: per amplificare naturalmente le nostre espressioni, per essere persone che riconoscono persone. Negare l’espressività, è negare la nostra persona.

Se alleviamo i bambini insegnando loro le virtù della distanza sociale e negando la loro persona allora dobbiamo essere consapevoli che questa è una politica che darà frutti conseguenti che tra alcuni anni ci faranno rabbrividire: non potremo che veder arrivare politici costantemente orientati alle proprie ragioni e incapaci di fare di un Parlamento il luogo dello scambio tra persone.

Purtroppo osservando tutto anche solo distrattamente appare chiaro che tutto sia già così.

Le indicazioni normative attuali, confuse e contraddittorie che invitano ad accogliere ma che negano il libero arbitrio della persona, sono lontane da una informazione che necessita di onestà intellettuale e di capacità di discernimento. Non possono che generarsi milioni di opinionisti. Tutti schierati e bardati dietro una maschera inespressiva che nasconde il nostro vero essere e ci incentiva invece ad essere adolescenti relazionali, in rivolta, in perenne opposizione pur di potersi affermare. Sofferenti.

Ma l’adolescente senza l’adulto capace di ascoltare a fianco, l’adulto che rappresenti l’altro con cui confrontarsi, con cui scambiare, con cui entrare in discussione, con cui misurarsi e con cui dialogare, è destinato a crescere nell’indefinizione e non saper riconoscere l’alterità. E’ dunque destinato a non sviluppare capacità di scelta. E senza scelta siamo tutti finiti. Fottuti, diciamolo pure.

Oggi l’opinionismo ha reso vero tutto e il contrario di tutto. Spinti dal bisogno di influenzare gli altri più che ascoltarli, vorremmo solo più che tutti la pensassero come noi. Vorremmo tutti essere influencer a senso unico, con il rischio di divenire bulli della disinformazione. Leader di tanti nessuno.

Ci sentiamo traditori per il solo fatto di abbracciare un amico. Questo è l’esito dell’opinionismo e delle contrapposizoni. Non c’è più dialettica e ascolto. Questo modo di comunicare nega la comunicazione stessa. È l’esito di milioni di ore di programmi televisivi fatti di dibattiti in cui vince chi urla di più e prevale chi indossa la maschera del più forte creando, quando va bene, schieramenti.

Immersi tutti in questa filosofia macista, stiamo generando una società che non può che esserne pervasa e che porta a governare figli indefiniti.

Chiedere al mondo di mantenere una distanza sociale significa chiedere al mondo di dichiararsi malato. Ma la vita non germoglia su un terreno arido e non pregno di capacità di accogliere e di humus. Il bisogno di Humus relazionale in una società decadente si fa ancora più forte e necessario.
Il rischio più grande di questo stato pandemico è quello di creare un senso di alienazione sempre più grande in ciascuno di noi.

Quanti di noi nel circolare per strada in questi giorni hanno la sensazione di vedere gli altri come da dietro un vetro?

Se faremo sedere i nostri bambini in aule in cui sarà vietato toccarsi, guardarsi, abbracciarsi e sentirsi vicini avremo fatto un passo estremamente pericoloso nella direzione di una inversione educativa che mortifica il germogliare.

Educare significa “tirare fuori”. Dunque chiediamocelo: cosa intendiamo tirare fuori dai nostri figli? Quale terreno stiamo coltivando in loro? Quali germogli vogliamo mettano radici? Crediamo davvero che davanti ad un computer possano essere educati a relazioni proficue per una crescita che possa definirsi tale? Crediamo davvero che chiedendogli di difendersi l’uno dall’altro per il solo opinionismo del ritenerlo infetto sia il terreno su cui vogliamo far germogliare le coscienze dell’umanità del domani?

Non ci sarà nulla da stupirsi se ci sarà chi metterá petardi in bocca agli animali o i nostri ragazzi giocheranno a palla con un riccio senza alcuna capacità di riconoscerne la vita.

Non ci sarà da stupirsi se nelle code davanti alle poste o ai negozi le persone si uccideranno tentando di accaparrarsi il posto prima dell’altro.

Non ci sarà da stupirsi se chi dovrà aiutarci, a partire dagli organi di polizia per giungere ai medici, agli operatori della relazione d’aiuto avrà perso la capacità di discernimento tra sè e l’altro e non saprà più ascoltare.

Non ci sarà da stupirci se non saremo capaci di trovarci in un mondo che ha solo opinioni e contrapposizioni.

Non ci sarà da stupirci se saremo governati da politico che aizzeranno alla violenza e alla sopraffazione.

Tornare indietro da un incubo di questo tipo sarà difficile se non ci fermiamo in tempo.

Questa è la pandemia più grave verso la quale stiamo andando incontro.

E’ tempo di tornare ad educare. Ad educarci. E’ tempo di tornare a promuovere l’alterità e ad incontrarla con tutti i mezzi reali disponibili.

E’ tempo di passare dal virtuale al reale, di passare dalla minaccia all’accoglienza, dalla paura all’apertura. E’ tempo di renderci responsabili di una educazione che incontri davvero l’altro.

Marco Finetti

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