Laura Gay

21 Marzo 2020

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DALLA CULTURA DELLA PAURA ALLA CULTURA DELLA DOMANDA

DALLA CULTURA DELLA PAURA ALLA CULTURA DELLA DOMANDA

In questa fase in cui la paura si respira più dell’ossigeno disponibile, appare possibile focalizzare che esistano più culture che rendono la nostra Umanità tale.

C’è una cultura molto diffusa basata sulla paura, in cui affonda le proprie radici la guerra, nella quale gli istinti predominano, basata su una parte della natura dell’animo umano, quella istintuale e pulsionale. Una cultura in cui predomina la tendenza, l’istinto alla soddisfazione dei bisogni, da quelli basilari a quelli che lo sono meno e orientata prevalentemente a difendere o attaccare tutto ciò che mina la sicurezza che garantisce soddisfazione. E’ la cultura del possesso, del dentro o fuori, dei confini, del giusto o sbagliato, della preda e del predatore, della vittima e del carnefice, del dominante e del dominato.

Leggendo la nostra cultura contemporanea nell’ottica della guerra, appaiono trincee e campi di battaglia, siano essi a Kabul, in Siria o nelle corsie di un ospedale, contesti traboccanti di emozioni primarie, le stesse che rischiano costantemente di farla da padrone e guidare la scena.

Nella cultura della guerra la paura è dominante e sotto un profilo pulsionale, genera nelle relazioni e quindi nelle nostra società, schieramenti, basati sulla ricerca di un nemico da sconfiggere, da eliminare o da cui fuggire. Si può dire, in un ottica psico-sociale, che nella cultura della guerra è l’ego che la fa da padrone e le pulsioni generano re-azioni, ovvero qualcosa di uguale e contrario alla minaccia.
L’ego però per sua stessa natura non conosce l’altro nella realtà. Lo mistifica. Lo immagina. Lo teme perché lo idealizza senza incontrarlo mai. L’altro è nemico, poiché è la stessa posizione egoica a vederlo come tale. Dalla posizione egoica non è che possibile la re-azione. Ma nella reazione, per quanto sia inaccettabile per l’umano occidentale senziente e che ha idealizzato la propria onnipotenza, non vi è alcuna scelta, poiché è assente la domanda. Nella cultura di guerra basata sulla paura non c’è infatti alcun quesito, non c’è alcuna domanda e perciò, non c’è risposta. C’è solo reazione. È assente quindi anche la scelta poiché in assenza di domanda non c’è risposta e non è possibile articolare opzioni e possibilità.

Così in preda alla paura la persona vince o perde davanti magari a un nemico invisibile, o meglio, visibile solo dagli effetti. E’ come sentire le esplosioni dei bombardamenti e vederne le deflagrazioni e gli squarci sulla terra ma non sapere mai chi o cosa li abbia provocati. Da qui l’orrore dell’angoscia. In questo scenario non è nemmeno possibile attribuire la colpa.

Esiste una cultura diversa, una cultura della domanda, una cultura in cui il soggetto è protagonista, è colui che compie l’azione come nella grammatica, perciò sceglie. Una cultura fatta forse da più culture, poiché basata sulla soggettività, sulla molteplicità delle singolarità, dove la singolarità non corrisponde al tutto, ma ne è una parte, mai esaustiva e completamente rappresentativa.

È un approccio che sottolinea l’unicità a cui è contemporanea la molteplicità, in cui l’Universo è anche Multiverso: il soggetto manifesta la propria unicità attraverso la scelta e la scelta diventa una delle innumerevoli possibilità con cui l’azione prende forma e si descrive. In questa ottica la paura viene superata, respirata in un modo e esalata in un altro, processata, trasformata. Da qui il soggetto è chiamato a assumere la propria posizione, la posizione di chi determina poi il passo successivo: in una visione forse più di tipo quantistico, potremmo dire che la stessa particella può essere vista in modi molto diversi e che le visioni sono determinate dalla posizione dall’osservatore e cioè da visioni legate all’esperienza soggettiva. Quella che nella cultura della guerra e della paura chiameremmo reattività che cerca il colpevole, nella cultura della domanda, sollecitati ad acquisire abilità a rispondere, diventa dunque responsabilità che genera scelta e molteplici risposte.

L’Universo non è più uno ma Molteplice.
Le possibilità sono infinite.
Il nemico non esiste più perché non c’è schieramento duale sulla base del giusto o sbagliato, ma è ammessa all’esistenza ogni possibilità in cui il soggetto è protagonista. Alla paura non corrispondono solo più la fuga, la lotta o la paralisi, ma c’è spazio affinché essa si trasformi e diventi ricerca e la persona trasformandosi anch’essa, si sposti su un piano altro per compiere un inedito passo successivo.

La paura diviene dunque fondamento della ricerca offrendo la possibilità di trasformare l’esperienza in opportunità. Il soggetto protagonista è libero. Non ha nemici da temere, ma un multiverso da comprendere nel quale scegliere la
Propria unica e irripetibile posizione.

La possibilità di assumere la propria originale posizione è il fondamento della felicità.

Marco Finetti

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